sabato 16 maggio 2015

CROCI

Vieni, guerriero,
e dimora nella mia Chiesa.
Dismetti la corazza che da tempo
immemore
ti racchiude.
Accogli con fiducia il vuoto
che ti si para davanti,
sconfinate lande
disseminate di solitudine.
Dimora nella mia Chiesa
e vi troverai caldo rifugio.
Afferra saldo la tua spada
attraversando l'oscurità della grotta.
Immergendoti nelle acque, addentrati 
nelle profondità
per berne alla fonte.
Scendi nelle viscere
del più buio dei Mondi
accogliendo
la rivelazione del Mistero.


lunedì 4 maggio 2015

ATLANTE DELLE NUVOLE


Abbracciami.

Ci avviciniamo modificando la materia circostante. Due corpi in attrazione, generatori di nuove dimensioni spazio-temporali. Tutto è così perfettamente fuori dall’ordinario quando colto nel profondo. E la sua natura mutevole, al ritmo della mia discesa nelle profondità della conoscenza.

In assenza delle stelle, ho scrutato il cielo cercandole così a lungo da tesserne un desiderio.
Vivo l’attimo immanente, nel fluire di incontri passati, presenti e futuri. Colgo il tempo circolare. Mi meraviglio dinnanzi ad ogni Mistero rivelato, ogni connessione stabilita, ogni perla ritrovata. Ogni voce chiamata che risponde. Ogni stella che compare.

E nell’incontro con la meraviglia, incontro Me Stessa.




giovedì 30 aprile 2015

BIANCO



- Aspettami, arrivo subito.
- Dove vai?
- In bagno. Voglio farmi una doccia.
- No, vieni qui. Ti voglio con il tuo odore, misto al profumo della salsedine.
Marta si fermò di colpo, sulla porta. Una mano appoggiata allo stipite bianco. Era una bella camera d’albergo, ampia e luminosa, con una grande terrazza che si affacciava sul mare. Le finestre erano aperte, un vento fresco faceva entrare la voce delle onde gonfiando le tende bianche come grandi vele.
Restarono immobili per qualche manciata di secondi, guardandosi. Gli occhi di uno dentro quelli dell’altro, fino in fondo. Si cercavano, in quello sguardo, setacciavano l’anima nella speranza di trovarvi riflesso un barlume della propria.
- Vieni qui, bambina.
Marta obbedì al comando che uscì caldo e fermo dalla gola di quell’uomo. Camminò piano sul gelido pavimento di marmo chiaro, mettendo uno davanti all’altro i suoi piedi nudi e abbronzati. Le braccia molli lungo i fianchi, lo sguardo basso. Arrivata ai bordi del letto lo rialzò, ma non poté incontrare gli occhi di lui, incollati sul punto in cui il suo leggero vestito bianco accarezzava i suoi fianchi morbidi. La brezza estiva che entrava dalla finestra faceva muovere delicatamente quella stoffa, stuzzicando la sua fantasia. Marta non portava il reggiseno. Una spallina del vestito era scesa maliziosa sulla sua spalla rotonda. Lo sguardo di lui si soffermò per un attimo sul suo piccolo seno. Poteva disegnarne il contorno, ne immaginò il colore, il profumo, il sapore. Lo pensò dolce, gli ricordò il gusto del latte di mandorle.
- Spogliati.
Marta obbedì nuovamente. Lasciò cadere quel vestito leggero accanto ai suoi piedi, sul pavimento. Solo in quel momento lui si accorse che non indossava nemmeno gli slip. Ebbe un fremito mentre con gli occhi percorreva ogni angolo di quel corpo dorato.
Poi accadde qualcosa, simile al fragore di un tuono che squarcia l’aria carica di pioggia di un pomeriggio di marzo. Nel più assordante dei silenzi, Marta iniziò a piangere. Era immobile, le braccia sempre lungo i fianchi, il respiro tranquillo. Aveva lo sguardo fermo, due occhi che si specchiavano dentro quelli di un uomo steso su di un grande letto bianco. Sembrava una bambola, bellissima, con due guance solcate da lacrime salate. Vedendole gli venne in mente il sapore del mare, il profumo della salsedine. Allungando una mano avrebbe potuto toccarla, eppure sembrava così lontana, persa, racchiusa in quel pianto muto. Solo gli occhi mantenevano il contatto con quella stanza, con quell’uomo. Occhi del colore del cielo, della pioggia, dell’acqua. Occhi del colore del mare. Era un mare calmo quello che la attraversava, dolce come la nostalgia di un amore perduto tanti anni prima, portato via dalla corrente della sera, e mai più ritornato.
- Vieni qui, bambina. Vieni qui.
Fecero l’amore, in quella luminosa camera d’albergo, su quel letto bianco, sopra quel marmo chiaro. Il corpo da uomo di lui sulla pelle dorata di Marta, sotto la sua pelle di ragazza. Nella sua carne di donna. Tra le sue lacrime di bambina. La baciava, ed erano baci di una dolcezza infinita. In quell’incontro di labbra, e lingue, e pelle, e umori, quell’uomo cercava di asciugare tutte le lacrime di un’intera vita, le sue mescolate con quelle di Marta, le stesse lacrime, indistinguibili. Le beveva, e gli tornava in mente il sapore del mare, il profumo della salsedine.
Marta godeva, e non chiuse mai gli occhi. Erano occhi del colore del mare. Infiniti, smisurati. Occhi pieni di acqua salata, acqua che scorreva sul suo viso, sulla pelle di quell’uomo che la possedeva e la baciava – erano baci di una dolcezza infinita – acqua e onde che seguivano il ritmo di quei due corpi che facevano l’amore, asciugando in un gesto le lacrime di una vita intera.
Si scambiarono l’anima donandosi vita, e vennero insieme, stringendosi forte come nella paura di perdersi per sempre, in mezzo a lenzuola bianche, mentre un vento leggero entrava dalla finestra, portando la voce lontana delle onde e il profumo della salsedine. Gonfiando le tende come fossero vele. Accarezzando la pelle dorata di Marta. Stuzzicando la fantasia di un uomo. Asciugando le lacrime di una vita intera.




SIRENE





Ti desidero.
Sotto le lenzuola, mentre fuori esplode il temporale, mi ritrovo a cercarti muovendomi nel buio. Mi sfioro quasi distrattamente, e ti scopro a navigare nei pensieri. Ti vorrei qui, a riempire altre notti del nostro sudore, della saliva e dei gemiti che condensano l'aria tutto intorno.

Non esiste un domani, ci riempiamo della bellezza dell'attimo che esiste e si carica dei nostri respiri affannati, per dissolversi nell'esplodere del nostro orgasmo.

Non c'è niente di più vero e violento del sentirti dentro di me, un fiume in piena che mi travolge e mi porta alla deriva, superando la foce, attraversando gli oceani.
E ci trasciniamo sul fondale, complici dello stesso gioco al massacro.


Non c'è quiete in questi abissi. Solo l'assordante silenzio della tua assenza.

lunedì 5 maggio 2014

PIOGGIA


listening to Giovanni Allevi, Back to life

Silvia camminava veloce, sotto ad un largo cappuccio, riparandosi dal freddo e dai pensieri. Avvolta in un grande mantello verde, Silvia non pensava. I piedi ben saldi negli anfibi viola andavano rapidi, senza preoccuparsi di schivare le pozzanghere. Annegava Silvia, nel mare di acqua acida che riempiva le buche dell'asfalto, annerendo ogni cosa. Camminava svelta, e avvertiva di tanto in tanto l'acqua sollevarsi dietro ai propri talloni e attaccarsi sudicia ai collant, dietro la gamba, appena sopra l'incavo del ginocchio, ghiacciandole il sangue per un istante.

Silvia non poteva fermarsi. Scappava, lontano da quell'uomo che ancora una volta le aveva mentito. Muoveva le gambe veloci, e ad ogni passo si facevano macigni. Complice la pioggia, complici gli anfibi. Complici i pensieri, i ricordi. Le speranze dimenticate, le promesse spezzate. I baci e i sogni rimasti a riempire belle scatole bucate. Buone neanche a contenerci un'illusione. 



Non piangeva. Si stringeva forte nel mantello per essere sicura di avere ancora del calore in corpo, per aggrapparsi a quella sensazione di buono, all'odore di casa. Per sentire il sangue scorrere nelle vene. Faceva freddo, fuori e dentro Silvia. Qualche goccia acida le cadde distrattamente sul volto, superando la corazza del mantello. Per qualche secondo, si fermò. Immobile, al centro del marciapiedi. Le persone indaffarate, chine nei loro giacconi grigi protetti da buffi ombrelli multicolore - uomini e donne grigi, ciechi verso una meta prestabilita, sovrastati da un turbinio di pensieri - le sfrecciavano accanto, senza notarla. Silvia si fermò, piccolo immenso puntino verde a spaccare il grigio di ogni cosa. Tolse il cappuccio e guardò il cielo, annusando forte l'aria. Si ricordò di avere un viso, degli occhi, labbra e bocca. Lasciò andare la presa sul mantello e immerse le mani nel volto. Respirò e leccò la pioggia dal palmo delle mani. Pianse, tornando a bere la vita.

venerdì 4 ottobre 2013

CAOS CALMO

Riempio le giornate nel tentativo di non pensare.
E ti scopro mancare.

Sei nei silenzi. Sei negli istanti di quiete tra la frenesia dell'incessante brulicare di cose da fare, lettere a cui rispondere, impegni da non dimenticare. Scivoli tra i pensieri, ti insinui tra gli ingranaggi e fai vacillare il più nitido dei percorsi, il più delineato degli obiettivi da perseguire.

Vorrei espandermi a macchia d'olio ed inghiottire tutto, far scomparire i giorni, le notti, le albe, i risvegli. Fondere tutto in un pantano di perfetto nonsense, in attesa del nulla. O forse solo di te.

Finché non trovo il coraggio di fermarmi davvero. E scopro che è il vuoto ad inghiottirmi. E che non c'è meta, lontano da te.

E' SEMPRE BELLO PARLARE CON TE


(3 aprile 2011)

L’assenza di senso sprigionata dai tuoi silenzi colpisce forte come una sferzata di vento in pieno viso, in pieno inverno. L’abitudine mi conduce a prepararmi bene prima di uscire di casa. Così indosso il cappotto più pesante che possiedo e quella sciarpa di lana blu e morbida che mi regalasti proprio tu. Credo fosse qualche Natale fa.
Ogni volta che provo ad accendere il camino trovo la legna troppo umida. Ne esce solo un gran fumo nero che fa un po’ male agli occhi.
Se solo tu non fossi astemia potremmo sederci comodamente su questo divano e sorseggiare un po’ di quell’ottimo vino rosso comprato per non ricordo più quale occasione. Potremmo anche abbracciarci bevendo da quei calici leggeri che ci ha regalato tua madre. Credo fosse qualche Natale fa.
Vorrei dipingere le pareti del salotto. Magari non tutte. Ho pensato che un po’ di colore contribuirebbe ad alleviare il senso di distanza e a scaldare l’aria. Temo la troveresti un’idea ridicola.
- Non dire stronzate, G.
E’ sempre bello parlare con te, amore.