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martedì 4 febbraio 2020

UNSLEEP


Non posso dormire. Catalizzo i centri nervosi facendone poltiglia, non più vigile ma non ancora del tutto assente. Mollemente mi adagio  al pensiero di una quiete apparente, vittima del buon senso o forse solo delle circostanze. Percepisco ma di rimando, il muro del mio menefreghismo consente agli eventi di rimbalzarmi addosso non senza tracce, non senza un'impronta impressa nel corpo. Ormai già ricordo, attimo passato.
Il qui ed ora è il manifestarsi del futuro più prossimo, i pensieri si rincorrono così lentamente da far già parte dello stuolo degli avi che avanzano e sfliano in abiti dismessi, consunti e grigi. Resti buoni per il volo lento e silenzioso degli avvoltoi.

Devo fare presto e seguire il mutare degli eventi. La pelle richiede un ricambio, squama per squama, spogliarsi del superfluo. Scendere al nocciolo e brillare di sostanza.

"E' la rivoluzione."



martedì 16 febbraio 2016

SWITCH ME ON

- from a not well defined past -

Agisci sui miei centri nervosi stimolando canali paralleli e controversi. Provo a drizzare le orecchie e annuso l’aria carica di elettricità in cerca di un segnale. Ma niente. Senza alcun avvertimento arrivi come un flash, rapido ed improvviso. Attraversi la mente e ti espandi ad eco dentro il corpo. Io rispondo con un sussulto. Riempiendo ogni spazio raggiungi presto la superficie, vestendomi di brividi.
Sei il generatore del mosaico dei sensi. Senza sforzo abbassi la leva e le lampadine che pendono stanche dal soffitto si accendono all’unisono, con un boato. E’ uno squarcio nel buio che fa male agli occhi. Uso le mani per coprirmi, ma il bagliore sa passare tra le dita, mi cerca e mi trova ugualmente. Accecandomi.

E torno nel buio.

domenica 20 dicembre 2015

ACQUARI

Ti sento mancare nella vastità dell'oceano in cui riposo. Mi ritrovo ad esplorarne i tranquilli e silenziosi fondali, abitando ogni anfratto, ogni grotta, espandendomi a macchia d'olio, occupando ogni spazio.

I pochi spiragli di luce che sanno penetrare la possente coltre d'acqua e giungere fino a qui, proiettano a raggiera immagini del mondo superiore, ricordi sbiaditi e ricuciti insieme per tenere insieme le fila di un discorso, quel tanto che basta a poter rintracciare le vaghe sembianze di un senso. 

Intono un canto di sirene e ti scopro abitarmi dentro. Occupi inconsapevole ogni infinitesimo spazio, il movimento degli atomi mi parla di te. 

Non c'è danza ad accompagnare lo scorrere dei giorni. Si alternano le ore, il sole e la luna compiono il proprio corso nel cielo. Ma nulla giunge nitido fino a qui. Visioni su visioni si mescolano, scambiano e condensano, in un'orgia silenziosa di immagini. Il ricordo e il sogno fondono i loro reciproci confini.

Vorrei riposare, ma di tanto in tanto un elemento riaffiora catturando la mia attenzione. Un colore, un profumo, un fotogramma. Ed è un po' come destarsi.

Mi chiedo se non sia meglio continuare a dormire. Pesci morti galleggianti in un acquario.


(dipinto di Salvatore Morgante, "Viaggio al tramonto")

lunedì 14 dicembre 2015

CAVIE

Ci si avvicina al lume di un freddo e asettico neon. Nei miei sogni si rincorrono immagini di scenari post apocalittici, resti di detonazioni colossali. L'unica cosa che scorre ancora viva è il sangue. Rimbomba nelle tempie così forte da far quasi male mantenendo inalterato uno stato di stordimento del tutto simile a postumi alcolici. Ronzii infiniti che si inseguono nella testa. 

Ci si avvicina ispezionando, sezionando, staccandoci lembi di pelle per scoprire cosa c'è sotto. Pura sperimentazione. Badiamo solo a rimettere tutto in ordine e gettare nel fuoco i resti. Facciamo attenzione a non scambiarci frammenti. 

Tieniti quel che ti appartiene. 
Il mio cuore non è qui.




sabato 28 novembre 2015

FAKE

Visioni.
Immagini in sequenza scoordinata, dimentiche di ogni già nota forma di logica. Un loop inesorabile si rincorre nella testa, inseguendo i pensieri, sbiadendo il sonno e amalgamandosi con esso. Le luci sono a tratti accecanti, tanto da poter pensare di non aver mai visto così bene prima. Eppure il messaggio appare distorto, corroso dal falso luccichio della bramosia. Una miriade di frammenti del medesimo specchio giace sparsa sul terreno, riflettendo la luce intermittente dell'insegna al neon del tuo baracchino ricolmo di amore in svendita. Richiami a caro prezzo per stupide allodole.
Mi aggiro tra le paludi metropolitane incontrando il mio pallido riflesso sulla superficie sudicia delle pozzanghere. Il tanfo della paura si mischia al mio buono profumo speziato da quattro soldi. 
Vorrei un'esplosione colossale, anelo una silenziosa denotazione che faccia brillare ogni cosa. Anche te.

Magritte, Il falso specchio. 1928.

mercoledì 18 novembre 2015

GRANDI ONDE BLU

Annaspi.
Ti agiti nella paura di annegare. Il mare intorno è profondo. Scuro. Agitato. Le onde sanno leggerti dentro, specchio che danza il tuo terrore. E' tutto a misura. Riesci a vedere?

Penetra acqua da ogni tua cicatrice. Diventi pesante. Sempre più pesante. Il mare presto ti inghiottirà. Riesci a capire?
Vorrei appoggiare di nuovo le labbra su quei segni nella pelle, succhiare per estrarne il veleno. Ma la lotta è tua. Soltanto tua. E non mi è concesso presenziare.

Abito i miei lidi, quelle terre su cui un giorno scegliesti di approdare. Percorro a piedi nudi le stanze vuote che hai abitato anche tu, entrando come un vortice splendente. Ora già manchi, e mi chiedo se sei mai esistito. Unica traccia del tuo passaggio, il tuo profumo che si mescola con il mio. Riesci a sentire?


Ssshhh. Non fare rumore. Si sveglierà.




giovedì 8 ottobre 2015

DEJA VU MANCATI

agosto 2013

"Accadde nel momento in cui voltai lo sguardo in un'altra direzione, per sottrarre l'immagine dei miei occhi appannati e già rossi alla tua vista, mentre procedevi lento, quasi a voler prolungare quell'attimo per l'eternità - momenti densi di un silenzio assordante, nel frastuono dell'aeroporto. Fu in quel piccolo frangente, che li notai. Smisi di pensare al tuo andare via, catturata dalla loro immagine. La lentezza dei tuoi passi risuonò d'improvviso così rapida da perdersi tra i gesti concitati e i saluti frettolosi del resto dei passeggeri, in coda verso i controlli di sicurezza. Ma non sentivo più nulla. Quel loro abbraccio silenzioso congelò ogni cosa. Non mi mossi. Non potevo - o non volevo? - perdere il contatto con il volto di lui: un mare calmo, al tramonto, la quiete dipinta sul viso scuro di un ragazzo straniero, dai molti capelli ricci. Gli occhi chiusi, e la netta percezione di un lieve sorriso appena accennato sulle labbra. Un abbraccio silenzioso e immobile, fermo e saldo, quello tra lui e la ragazza dai capelli biondi raccolti in in una morbida coda, di cui non potevo conoscere il viso. 
Cercai di tornare a guardarti, e ti trovai avanzato lungo la coda a serpente, muovendoti solo tra le inutili curve, per aggiungerti agli ultimi passeggeri, in fondo alla coda.
..."

(incompiuto)

martedì 6 ottobre 2015

I CANTI DEL RITORNO

4 settembre 2015

Galleggio leggera sulla superficie delle acque. Ondeggio cullata dal blu del mare. Riposo, protetta da rive e rocce antiche. E’ un tempo già vissuto e che più non torna, quello che rivedo. Eco di epoche lontane.
Un caldo sole risplende alto, spargendo accecanti raggi di luce bianca in ogni dove. Percepisco il cerchio di fuoco da dietro le palpebre. La salsedine sulla pelle brucia.
Accanto a me, un antico fratello.

Sei tu.
Incrocio il tuo sguardo ed intravedo la nostra fine. Percepisco l’angoscia ed il terrore. I tuoi occhi, presagio di devastazione.

Presto, il mare ci inghiottirà.
Non resterà nulla oltre alle nostre carcasse fluttuanti.
Bambole di pezza cadute in un pozzo.



- Chi sei?
- Il Fuoco dentro di te.

domenica 20 settembre 2015

MAKE ME BEAUTIFUL

Davanti alla macchina fotografica, chiedo di perdermi nell’obiettivo. Non sono più nessuno, non voglio essere nessuno. Per poter essere chiunque.
La mia immagine catturata rimbalza sulle lenti, ed il prodotto quando è buono sa riprodurre minuscoli squarci di Verità. Un sospiro. Un battere di ciglia. Persino un pensiero.

Non sono nessuno, obbedisco, mi lascio guidare.
Mi lascio guardare e immortalare, disarmata.

Non sono nessuno. Solo me stessa, in questo istante e in questo luogo. E posso scoprirmi bella e viva, inchiodata ad un istante eterno. Immobile. Reale.
Senza pericoli. Senza paure. 
Nella mia Vera Essenza. 


ph. Stefano Sala  - summer 2010 

giovedì 17 settembre 2015

TRICK OR TREAT

Ti ho sognato così tante volte da aver dimenticato la trama di ogni singolo sogno.
Ricordo i primi, quelli sì. Ogni frammento, ogni minuscolo dettaglio apparentemente privo di significato, eppure così denso da accecare.

Entri, ti insinui nella visione e prendi spazio, con disarmante naturalezza. E’ dolce e terribile insieme, ogni volta.


Benedico e maledico il giorno in cui ti ho incontrato.

martedì 19 maggio 2015

QUESTA VOLTA, COME TUTTE LE ALTRE

listening to  Low, Lullaby

- Non posso restare, Sara. Lo sai.
- Ancora un po’, ti prego. Stai con me ancora per un po’.
Lo fissava con occhi rossi di pianto, il mascara colato già lungo le guance, fin sul collo. Addosso, la solita aria stanca dell’ennesimo addio, mista a quella malinconia che anni fa Ivan avrebbe giurato sembrava racchiuderla in una bolla di effimera ed affascinante bellezza. Quasi appartenesse ad un altro tempo, ad altri luoghi. Un sentimento che la abitava come il sangue che lento le scorreva nelle vene, e che da qualche tempo non lo incuriosiva più.
Abilmente schivò il suo sguardo languido, si alzò dal divano e si diresse verso la cucina per recuperare la giacca e abbandonare quella casa. Forse per sempre, come ogni volta le diceva. Forse solo fino al prossimo canto di sirene.
Con rapidi gesti raccolse le proprie cose dal tavolo, con addosso la stessa paura ed insieme la stessa smania di finire presto di quando ci si scaraventa fuori, in giardino o sul balcone, nel tentativo di portare in salvo le cose più preziose rimaste all’aperto, nell’istante in cui tutto, del cielo, minaccia un forte temporale.
Sara lo aveva seguito senza far rumore. Lo osservava, silenziosa, appoggiata alla porta, vestita di una semplice maglia bianca e un paio di slip, i piedi nudi sul pavimento chiaro di marmo. La bocca rossa intenta a fumare una sigaretta stretta tra le dita chiare e sottili di una mano tremante. Gli occhi su di lui, ma in un certo senso assenti. L’assordante rimbombo del proprio cuore che scandiva ogni attimo nella testa, annientando ogni suono.
- Dobbiamo salutarci. Questa volta dico davvero.
Sara rise. Una risata isterica che per un istante risuonò quasi come un pianto, un lamento. Ma Ivan non poteva più permettersi di farci caso. Finì di cercare le sue cose nel caos di oggetti della vita di Sara che quella notte sembravano pronti a riversarsi su quello stesso tavolo, quasi fossero tutti in attesa di passare al setaccio, uno ad uno, a ripercorrere momenti passati insieme, istanti, ricordi, racconti. Tutto condensato in pochi rapidi minuti di controllo e ricerca, per giungere infine a scegliere che cosa portare a casa, e cosa lasciare.
- Facciamo l’amore.
- No, devo andare.
- Vieni qui…
Gli si avvicinò, e in quel preciso momento sembrò riprendere vita. Buttò i suoi enormi occhi blu oceano nelle scure profondità di quelle di Ivan, che non fu così abile ad evitare l’attacco. E ne fu invaso. Senza altri tentativi di ribellione, si lasciò andare alla danza di lei lungo il suo corpo. Lo corteggiava, lo desiderava. Piangeva, e sorridendo gli toglieva la giacca ancora una volta, sbottonava la camicia e i pantaloni, continuando a fissarlo negli occhi. Mentre gli si inginocchiava davanti, nella mente di Ivan tornò per un’istante l’immagine di Sara di tanti anni fa. La sua freschezza, le gonne corte e le collane. La voglia di fare sempre tardi insieme e le risate senza fine. La dolcezza e la vitalità, i colori, le canzoni, le notti a ballare. Il vino buono. L’amore a perdifiato, il sesso senza noia né finzione. Che ne era stato di quella creatura così viva? Chi c’era ora lì, nella stessa stanza, chinata per terra intenta a dedicarsi a lui? Chi era quel corpo assente? Non poteva sostenere lo sguardo sullo squallore delle loro vite, condensato in quell’immagine che gli si presentava proprio sotto il naso. Non poteva sopportare di continuare a specchiarsi nel pallore sbiadito di Sara, nella miseria della sua essenza consunta dal tempo e dalla noia.
Così la afferrò per le spalle e la fece alzare. La spinse con forza contro il muro, tenendo la schiena per sé. La fece chinare con poco garbo, le abbasso le mutande e le fu dentro, senza chiederle permesso. Questa volta, come tutte le altre. Ma con rabbia, e ferocia, nel tentativo di annientare l’ultimo barlume di speranza rimasta, cancellando in una manciata di minuti l’immagine della Sara di un tempo, separando per sempre il presente dai ricordi.

Piangeva, Sara. Le lacrime correvano calde lungo il viso, indugiando un attimo sulle labbra prima di toccarle il collo e scivolare a terra. Acqua salata che le ricordava il mare. Piangeva e non parlava. Inerme, immobile, lo lasciava fare. Questa volta, come tutte le altre. Piccola onda in balia della corrente. Piangeva Sara, e annegava. Occhi blu oceano a fissare il pavimento, in attesa del ritorno del vento del nord.


giovedì 30 aprile 2015

BIANCO



- Aspettami, arrivo subito.
- Dove vai?
- In bagno. Voglio farmi una doccia.
- No, vieni qui. Ti voglio con il tuo odore, misto al profumo della salsedine.
Marta si fermò di colpo, sulla porta. Una mano appoggiata allo stipite bianco. Era una bella camera d’albergo, ampia e luminosa, con una grande terrazza che si affacciava sul mare. Le finestre erano aperte, un vento fresco faceva entrare la voce delle onde gonfiando le tende bianche come grandi vele.
Restarono immobili per qualche manciata di secondi, guardandosi. Gli occhi di uno dentro quelli dell’altro, fino in fondo. Si cercavano, in quello sguardo, setacciavano l’anima nella speranza di trovarvi riflesso un barlume della propria.
- Vieni qui, bambina.
Marta obbedì al comando che uscì caldo e fermo dalla gola di quell’uomo. Camminò piano sul gelido pavimento di marmo chiaro, mettendo uno davanti all’altro i suoi piedi nudi e abbronzati. Le braccia molli lungo i fianchi, lo sguardo basso. Arrivata ai bordi del letto lo rialzò, ma non poté incontrare gli occhi di lui, incollati sul punto in cui il suo leggero vestito bianco accarezzava i suoi fianchi morbidi. La brezza estiva che entrava dalla finestra faceva muovere delicatamente quella stoffa, stuzzicando la sua fantasia. Marta non portava il reggiseno. Una spallina del vestito era scesa maliziosa sulla sua spalla rotonda. Lo sguardo di lui si soffermò per un attimo sul suo piccolo seno. Poteva disegnarne il contorno, ne immaginò il colore, il profumo, il sapore. Lo pensò dolce, gli ricordò il gusto del latte di mandorle.
- Spogliati.
Marta obbedì nuovamente. Lasciò cadere quel vestito leggero accanto ai suoi piedi, sul pavimento. Solo in quel momento lui si accorse che non indossava nemmeno gli slip. Ebbe un fremito mentre con gli occhi percorreva ogni angolo di quel corpo dorato.
Poi accadde qualcosa, simile al fragore di un tuono che squarcia l’aria carica di pioggia di un pomeriggio di marzo. Nel più assordante dei silenzi, Marta iniziò a piangere. Era immobile, le braccia sempre lungo i fianchi, il respiro tranquillo. Aveva lo sguardo fermo, due occhi che si specchiavano dentro quelli di un uomo steso su di un grande letto bianco. Sembrava una bambola, bellissima, con due guance solcate da lacrime salate. Vedendole gli venne in mente il sapore del mare, il profumo della salsedine. Allungando una mano avrebbe potuto toccarla, eppure sembrava così lontana, persa, racchiusa in quel pianto muto. Solo gli occhi mantenevano il contatto con quella stanza, con quell’uomo. Occhi del colore del cielo, della pioggia, dell’acqua. Occhi del colore del mare. Era un mare calmo quello che la attraversava, dolce come la nostalgia di un amore perduto tanti anni prima, portato via dalla corrente della sera, e mai più ritornato.
- Vieni qui, bambina. Vieni qui.
Fecero l’amore, in quella luminosa camera d’albergo, su quel letto bianco, sopra quel marmo chiaro. Il corpo da uomo di lui sulla pelle dorata di Marta, sotto la sua pelle di ragazza. Nella sua carne di donna. Tra le sue lacrime di bambina. La baciava, ed erano baci di una dolcezza infinita. In quell’incontro di labbra, e lingue, e pelle, e umori, quell’uomo cercava di asciugare tutte le lacrime di un’intera vita, le sue mescolate con quelle di Marta, le stesse lacrime, indistinguibili. Le beveva, e gli tornava in mente il sapore del mare, il profumo della salsedine.
Marta godeva, e non chiuse mai gli occhi. Erano occhi del colore del mare. Infiniti, smisurati. Occhi pieni di acqua salata, acqua che scorreva sul suo viso, sulla pelle di quell’uomo che la possedeva e la baciava – erano baci di una dolcezza infinita – acqua e onde che seguivano il ritmo di quei due corpi che facevano l’amore, asciugando in un gesto le lacrime di una vita intera.
Si scambiarono l’anima donandosi vita, e vennero insieme, stringendosi forte come nella paura di perdersi per sempre, in mezzo a lenzuola bianche, mentre un vento leggero entrava dalla finestra, portando la voce lontana delle onde e il profumo della salsedine. Gonfiando le tende come fossero vele. Accarezzando la pelle dorata di Marta. Stuzzicando la fantasia di un uomo. Asciugando le lacrime di una vita intera.