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martedì 15 marzo 2016

RESET

1 gennaio 2016

Dicono che nell'occhio del ciclone regni una pace inattesa. Una sospensione inusuale. Lo Spazio ed il Tempo cessano di esistere lasciando il posto al Vuoto creatore. Staticità generatrice di movimento. Il Nulla che precede e sottende il Tutto.
L'Abbandono risulta essere essenziale al ritrovamento di quanto si credeva perduto. 
E' nel più arido dei deserti che incontro il volto di Dio. Silenzio e vastità a perdita d'occhio.

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tuoi occhi sono la chiave di connessione con il tuo deserto, il tuo spazio vuoto, il limbo cosmico che tutto permea e tutto anticipa, la luce post atomica a cui tutto ritorna.
Gli occhi, chiave per l'Infinito di Pace.


lunedì 4 gennaio 2016

STAY

Infinito. Da esso veniamo e ad esso tendiamo, prima di noi e dopo di noi, nel circolare cosmico susseguirsi delle Ere, dei millenni, nel passaggio da generazione in generazione fino al più piccolo degli istanti. Nel perpetuo scorrere della trasformazione. Non più nascita e morte, ma interminabile fluire, nel cambio delle forme e dei materiali, invariato nella sua Essenza. 

Solo fermandomi riesco a percepirne il movimento, puntando il compasso e restando nel  mio centro, equidistante da ogni punto lontano dell'orizzonte. Sintesi perfetta di tutti i vettori che non li esclude, bensì li comprende e somma, nell'annullamento delle forze, tendendo all'equilibrio. 

Due corpi in attrazione generatori di nuove possibilità e spazi da esplorare.


sabato 28 novembre 2015

FAKE

Visioni.
Immagini in sequenza scoordinata, dimentiche di ogni già nota forma di logica. Un loop inesorabile si rincorre nella testa, inseguendo i pensieri, sbiadendo il sonno e amalgamandosi con esso. Le luci sono a tratti accecanti, tanto da poter pensare di non aver mai visto così bene prima. Eppure il messaggio appare distorto, corroso dal falso luccichio della bramosia. Una miriade di frammenti del medesimo specchio giace sparsa sul terreno, riflettendo la luce intermittente dell'insegna al neon del tuo baracchino ricolmo di amore in svendita. Richiami a caro prezzo per stupide allodole.
Mi aggiro tra le paludi metropolitane incontrando il mio pallido riflesso sulla superficie sudicia delle pozzanghere. Il tanfo della paura si mischia al mio buono profumo speziato da quattro soldi. 
Vorrei un'esplosione colossale, anelo una silenziosa denotazione che faccia brillare ogni cosa. Anche te.

Magritte, Il falso specchio. 1928.

martedì 6 ottobre 2015

I CANTI DEL RITORNO

4 settembre 2015

Galleggio leggera sulla superficie delle acque. Ondeggio cullata dal blu del mare. Riposo, protetta da rive e rocce antiche. E’ un tempo già vissuto e che più non torna, quello che rivedo. Eco di epoche lontane.
Un caldo sole risplende alto, spargendo accecanti raggi di luce bianca in ogni dove. Percepisco il cerchio di fuoco da dietro le palpebre. La salsedine sulla pelle brucia.
Accanto a me, un antico fratello.

Sei tu.
Incrocio il tuo sguardo ed intravedo la nostra fine. Percepisco l’angoscia ed il terrore. I tuoi occhi, presagio di devastazione.

Presto, il mare ci inghiottirà.
Non resterà nulla oltre alle nostre carcasse fluttuanti.
Bambole di pezza cadute in un pozzo.



- Chi sei?
- Il Fuoco dentro di te.

sabato 5 settembre 2015

MIRROR

- Se volessi incontrarti un giorno, come devo fare?
- Dovrai scalare le nude montagne che nascondono l'alta torre d'avorio del mio impenetrabile orgoglio. Armarti di coraggio e prepararti a danzare con il fuoco. Essere disposto a cadere e sporcarti le mani, vedere i tuoi piedi sanguinare. Sentirti mancare la terra sotto i piedi, ad ogni balzo e guizzo del cuore.

O, più semplicemente, bussare alla mia porta e mostrarti così come sei.
Nella fiducia del disarmo più totale.


venerdì 14 agosto 2015

MENTRE FUORI PIOVE

29 maggio 2010

Mi sveglio. E' molto presto, inizia ad albeggiare. Dalla finestra aperta entra la luce fioca di un pallido sole. Ancora non sa scaldare l'aria che penetra, pungente e fresca, nella stanza. Mi avvolge, assieme al tenero profumo dell'erba bagnata. Piove. Abbandono le lenzuola bianche che portano ancora addosso l'odore di questa notte, l'odore di noi. Ne è impregnata la camera, il mio volto, le mie mani. Lascio che quel debole vento se lo porti via, lentamente. Me ne separo piano. Scendo dal letto. Spalanco la finestra che da sul giardino. La pioggia è leggera, attutisce i colori dell'erba e dei fiori. Tutto mi sembra ovattato, questa mattina. Sono scalza. Infilo una camicia. Esco, resto sotto la veranda a guardare l'acqua che scende, sbiadendo ogni cosa. Fa quasi freddo. Vorrei avere tra le mano una tazza di tè caldo. Mi stringo nelle spalle. Non penso a nulla in particolare. Resto così per qualche minuto, immobile davanti al mio giardino. Dovrei sistemare un paio di aiuole. Poi, sul tavolo, trovo il pacchetto di sigarette e l'accendino che hai dimenticato qui. Decido di accenderne una. Inspiro profondamente, immagino, sento il fumo che percorre la mia bocca, la gola, giù fino ai polmoni. Quindi nel sangue, al cuore e al cervello. Ad ogni tiro avvicino le mie dita al viso, ed insieme al fumo respiro anche l'odore che hai lasciato sulla mia pelle. Fumo con gusto, ad occhi chiusi. Ti rivedo nel buio della mia stanza, nel mio letto. Ti sento ancora tra le mie gambe. E' una sensazione forte, come quella della pioggia sul viso. Penso che vorrei restare così, immobile, per sempre. Aspettando il momento in cui tornerai, entrerai da quella porta e mi riempirai di te e del tuo odore, ancora, e ancora, e ancora. E ancora. Per sempre. Mentre fuori piove.

lunedì 20 luglio 2015

COME IN CIELO COSI' IN TERRA


"My heart's in the Highlands a-chasing the deer
A-chasing the wild deer, and following the roe 
My heart's in the Highlands, wherever I go."

Affondo nella terra per unirmi al mio sentire. Scopro un terreno morbido e fertile, l'erba tenera del mattino mi solletica i piedi. 
Non c'è paura nel ritrovare le radici. Stabilizzo l'equilibrio, tendendo all'armonia. E incontro casa, dentro me stessa. 



Posso tendere al Vento. 

Nella più sfrenata libertà di essere te stesso.

sabato 27 giugno 2015

"SENTO IL TUO DISORDINE"

 - Chi sei tu? -

"Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio.
C’è somiglianza. C’è
lo stesso slabbro di ferite identiche.
C’è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l’accensione del sangue.
Anch’io voglio una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d’uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana."
di Mariangela Gualtieri


ph. Stefano Sala



mercoledì 20 maggio 2015

IMPROBABILI STRALCI DI UN QUASI POST-MODERNO MALINCONICO DECADENTISMO MILANESE

8 giugno 2011 


Me ne frego della pioggia che cade in un Giugno che sembra non aver la minima intenzione di cedere il passo all’estate. Penso al sole che ustiona la testa e brucia negli occhi, penso alle infradito, ai cinesi con gli ombrelli. All’asfalto in liquefazione. Al ghiacciolo, al Cornetto Soft. Niente. Tutto intorno, solo una magra parvenza di autunno che circonda a perdita d’occhio. Dunque cammino, seguendo il vostro passo svelto, cercando di non perdervi, di non perdermi. Somiglio ad un pulcino bagnato in un temporale di marzo.


Fuori dal locale i bambini giocano con le bolle di sapone. Padri e madri non si sottraggono al divertimento. Li guardiamo attraverso i nostri bicchieri un po’ pieni e un po’ vuoti, e sai che c’è? Tutti quanti hanno voglia di giocare.

Da Peppuccio capisci che Shakespeare è approdato un po’ ovunque. E mette d’accordo tutti i pareri. Sarà merito del jazz, di John Coltrane che soffia nel suo sax dietro di noi. Saranno i leccalecca regalati, le caramelle gommose, gli ombrelli sperduti.
Balliamo. E la liquirizia scivola via che è una meraviglia, baby.

Amiamo le cose belle.

E dei canoni comuni ce ne fottiamo un po’.

lunedì 4 maggio 2015

ATLANTE DELLE NUVOLE


Abbracciami.

Ci avviciniamo modificando la materia circostante. Due corpi in attrazione, generatori di nuove dimensioni spazio-temporali. Tutto è così perfettamente fuori dall’ordinario quando colto nel profondo. E la sua natura mutevole, al ritmo della mia discesa nelle profondità della conoscenza.

In assenza delle stelle, ho scrutato il cielo cercandole così a lungo da tesserne un desiderio.
Vivo l’attimo immanente, nel fluire di incontri passati, presenti e futuri. Colgo il tempo circolare. Mi meraviglio dinnanzi ad ogni Mistero rivelato, ogni connessione stabilita, ogni perla ritrovata. Ogni voce chiamata che risponde. Ogni stella che compare.

E nell’incontro con la meraviglia, incontro Me Stessa.




giovedì 30 aprile 2015

SIRENE





Ti desidero.
Sotto le lenzuola, mentre fuori esplode il temporale, mi ritrovo a cercarti muovendomi nel buio. Mi sfioro quasi distrattamente, e ti scopro a navigare nei pensieri. Ti vorrei qui, a riempire altre notti del nostro sudore, della saliva e dei gemiti che condensano l'aria tutto intorno.

Non esiste un domani, ci riempiamo della bellezza dell'attimo che esiste e si carica dei nostri respiri affannati, per dissolversi nell'esplodere del nostro orgasmo.

Non c'è niente di più vero e violento del sentirti dentro di me, un fiume in piena che mi travolge e mi porta alla deriva, superando la foce, attraversando gli oceani.
E ci trasciniamo sul fondale, complici dello stesso gioco al massacro.


Non c'è quiete in questi abissi. Solo l'assordante silenzio della tua assenza.

venerdì 4 ottobre 2013

CAOS CALMO

Riempio le giornate nel tentativo di non pensare.
E ti scopro mancare.

Sei nei silenzi. Sei negli istanti di quiete tra la frenesia dell'incessante brulicare di cose da fare, lettere a cui rispondere, impegni da non dimenticare. Scivoli tra i pensieri, ti insinui tra gli ingranaggi e fai vacillare il più nitido dei percorsi, il più delineato degli obiettivi da perseguire.

Vorrei espandermi a macchia d'olio ed inghiottire tutto, far scomparire i giorni, le notti, le albe, i risvegli. Fondere tutto in un pantano di perfetto nonsense, in attesa del nulla. O forse solo di te.

Finché non trovo il coraggio di fermarmi davvero. E scopro che è il vuoto ad inghiottirmi. E che non c'è meta, lontano da te.

martedì 28 maggio 2013

DERIVE

(10 maggio 2013)

Annaspo.
Cerco boe, piccoli punti saldi di ancoraggio. Attorno a me l'acqua è torbida e si organizza agitata in tanti mulinelli e vortici che mi spingono sotto, e lontano.
Continuo a bere, e non so più galleggiare.

J. M. W. Turner, Tempesta di neve in mare, 1840, olio su tela


lunedì 15 aprile 2013

martedì 19 marzo 2013

LANDE

(27 aprile 2010)

I caldi raggi del sole del pomeriggio penetrano senza pietà le mie lunghe vesti di lino. La mia pelle è arroventata, mi sembra di non avere più nemmeno una goccia di sangue che scorre nelle vene. Sono stanca, la mia testa si è fatta pesante. 

Vorrei riposare, ma mi faccio forza. La strada da percorrere è ancora molta. Tutto intorno è arido, non c'è segno di vita, crudele gioco della natura.
Il colore della mia pelle si mescola con il rosso della terra, della polvere, che come un essere strisciante si arrampica e risale il mio corpo dalle caviglie, su per i polpacci, le cosce, avvolgendomi in una spira mortale. Se mi accasciassi, finirei per diventare parte integrante di questo paesaggio.


Mentre cammino, di tanto in tanto mi capita di sollevare lo sguardo dai miei passi e di mirare l'orizzonte. Ad un tratto, verso ovest, il suo contorno distorto dalla calura si interrompe, lasciando spazio all’immagine di un qualcosa di poco familiare. E’ grande, sembra uno strano camion. Non distinguo le ruote, né l’abitacolo. Mi guardo intorno, ma niente. Non c’è traccia di nessun altro nel raggio di chilometri. Incuriosita, decido di allontanarmi dal mio percorso quanto basta per poter vedere meglio quella figura. Quando gli sono abbastanza vicina, mi rendo conto che ciò a cui mi sto avvicinando è un carro da guerra. Solo, in mezzo al nulla. Appoggiato ai cingoli scorgo una figura umana. Sembra guardare nel vuoto, nella mia direzione.

domenica 17 febbraio 2013

PERSI

Ti guardo sparire tra la folla, oltre il vetro, al di là dei controlli. Alzo la mano e ti saluto, tu mi rispondi. Non sorridi. Mi volto e ti lascio andare via, come sempre.

Mi chiedo cosa stiamo facendo. Che cosa stiamo costruendo. Te ne vai e mi svuoti, e neanche la prospettiva di un prossimo incontro non troppo lontano è in grado di accendermi.

giovedì 31 gennaio 2013

CHIEDO QUANDO, DIMMI ADESSO

Freddo.
La solita luce sterile e gialla del lampione penetra nella stanza filtrando dai buchi della persiana. Mi giro e mi rigiro nel letto, ignorando la sveglia.
So che non arriverò in orario al lavoro. Ho deciso di non preoccuparmene.
Mentre cerco di riaddormentarmi per guadagnare dieci minuti di preziosissimo sonno, passo in rassegna le scuse per motivare il mio ritardo. Sembrano una più plausibile dell'altra. Credo che sceglierò la più teatrale. L'importante è non esagerare nello snocciolarne i particolari.

Mi sento stanca. Fiacca. Appesantita. Non ne posso più di questa cornice, di questo habitat con il suo sottobosco di ansie ed orologi da controllare, doveri a cui rispondere prontamente con un , persone che pensano di essere l'epicentro di ogni minimo ed impercettibile smottamento sismico, tanto incentrate a guardarsi la punta delle proprie scarpe o a navigare nel mare della propria merda autoprodotta da non essere neanche in grado di rendersi conto che le loro mancanze emotive e sociali, evidenti sintomi di uno smodato amor proprio condito da alte dosi di malcelata anaffettività, vengono ben recepite dallo stronzo di turno che si trova loro di fronte. Non colpiscono forte in viso, ma scavano, si annidano, e sedimentano. La comunicazione è talmente interrotta che si potrebbe anche rispondere leggendo l'elenco telefonico. Non cambierebbe nulla ugualmente.


Le chiome degli alberi sono così carichi di noia da intasare il cielo, senza lasciar filtrare neanche il più pallido raggio di sole.
Tu sei a chilometri di distanza, e collezionare istanti di calda felicità elemosinando sporadici weekend di libero respiro inizia ad essere un gioco che non ci diverte più.

- Alzati ed esci, è tardi.
- Quando?
- Adesso.

martedì 15 gennaio 2013

TIENIMI

listening to Sia, Lullaby


Cullami. 
Disegna una nube colorata. Riempila di parole soffici e sorrisi luminosi, come sai fare.
Lasciala galleggiare nell'aria, sopra di noi. Voglio alzare il naso e guardare la vita filtrarci attraverso.
Mi stringo a te e annuso l'aria intorno. Sai di buono.

Mastico le caramelle rosa che mi hai regalato. Il profumo di fragola si mischia al tuo odore caldo. Abbracciami e lasciami riposare, non smettere di guardarmi.

Cullami. Non lasciarmi andare.



giovedì 22 novembre 2012

HIDE AND SEEK

listening to Imogen Heap, Hide and seek



Sara si voltò, sottraendosi al suo sguardo. Prese ad osservare l’orizzonte buio, lontano, perso tra le miriadi di luci che illuminavano quella fresca notte di una Milano di fine estate. Lui le stava accanto mentre la guardava immobile. Per un secondo desiderò essere il vento che le scorreva morbido tra i capelli. La ragazza fece un ultimo tiro, poi gettò la sigaretta non ancora finita oltre il parapetto. Non si affacciò. La immaginò consumarsi velocemente mentre precipitava verso il suolo con addosso i segni del rosso delle sue labbra, percorrendo i sei piani di vuoto che separavano il balcone dal marciapiedi.
- Entriamo, si è fatto tardi. E inizia a far freddo.
- ...
- Sara... Dovrei tornare a casa, lo sai.
Sara non lo degnò di uno sguardo. Per tutta risposta, si sfilò il maglioncino e lo lasciò cadere, mostrando allo sguardo stanco di Luca la vista della sua bianca schiena nuda. Poi, lentamente, si tolse le scarpe e appoggiò i piedi senza calze sulle piastrelle gelide.
- Sara...?
Si voltò e gli sorrise. La luce della luna e della città la rendevano ancora più pallida del solito, ma il suo volto nascondeva una nota maliziosa, forse di sfida, che si intonava perfettamente con il colore delle sue labbra e la generosa scollatura del vestito.
- SARA!
Mosse un goffo ed istintivo passo in avanti quando la vide vacillare nell’intento di arrampicarsi sul parapetto del balcone. Sara ritrovò subito l’equilibrio, consentendo al cuore di Luca di rallentare un po’. Il ragazzo sospirò. La guardava mentre sfidava l’altezza e il buio della notte, con quei capelli lunghi sempre mossi dal vento. La trovava bellissima.
- Sara, che stai facendo?
- Vieni qui.
- No.
- Ti prego...vieni.
- Scendi. Mi fa paura. E’ da stupidi.
- ...
- E poi è tardi.
- Per favore. E’ meravigliosa Milano da qui.
Luca sospirò a lungo. Sapeva che non avrebbe smesso di insistere facilmente.
- Togliti scarpe e calze. Potresti scivolare.
Senza accorgersene, scosse leggermente la testa in segno di disapprovazione, quasi rimproverandosi. Si chinò, tolse diligentemente le scarpe e i calzini come Sara gli aveva ordinato, e lentamente si unì a lei, muovendosi goffo e impacciato, spaventato dall’altezza. Poi, alzò la testa, ammirando il panorama della città che dorme. Fu costretto ad ammettere almeno con se stesso che la vista era mozzafiato. Tuttavia, non avrebbe mai e poi mai potuto cedere, accontentandola una seconda volta.
 - Contenta, adesso?
- Se ti chiedessi di tuffarti con me, lo faresti?
- Nemmeno per sogno.
- Sei un codardo. E’ per questo che non sono certa di amarti fino in fondo.
- Tu sei pazza.
- Non lo escluderei.
- Possiamo scendere ora?
- E’ rimasto ancora un po’ di quel vino?


Il vento non cessava di soffiare, agitando i capelli di Sara e riempendo entrambi di gelo nelle ossa. Entrarono. Tornarono in soggiorno, e finirono quel che restava della bottiglia. Parlando, Sara si accorse che il cd che stavano ascoltando era terminato, lasciando nell’aria quella fastidiosa sensazione di vuoto, di mancanza, di assenza. Così si alzò, camminando verso la portafinestra, diretta allo stereo. Quando, all’improvviso, Luca si ricordò di guardare l’orologio.
- Sara, è tardi. Accompagnami a casa.
- ...
- Sara...non fare finta di non aver sentito.
- ...
- E non costringermi a chiamare un taxi.
- ...
- Sara, per l’amor di Dio! E’ tardi e devo tornare a casa, lo sai bene.
- ...
- Ok, dammi le chiavi dell’auto.
- Non ci penso nemmeno. L’auto è mia e tu non vai da nessuna parte.
- Scusa?
- Stanotte resti qui.
- Scherzi?
- Stanotte resti qui. Fine della storia.
- Certo, che idea geniale! E cosa dovrei raccontare a Martina?
- Che sei un uomo senza palle.
Qualcosa, nella mente di Luca, scattò, annebbiandogli la ragione. Il rumore che fece la sua mano quando cadde violenta e veloce sul viso dolce di Sara lo risvegliò.
- Perdonami.
Sara non si mosse. Avrebbe voluto dire qualcosa, forse urlare. Si limitò a guardarlo fisso negli occhi mentre la guancia bruciava e gli occhi si riempivano di lacrime, offuscando l’immagine di Luca e lo sfondo della camera.
- Le chiavi dell’auto sono accanto alla porta. Vai.
- ...
- Cosa stai aspettando? Torna a casa. E’ tardi.
- Mi dispiace.
- Ti ho detto di andare.
- Sara, ti prego, aspetta.
- Che cosa?
- Io ti amo.
Senza far rumore, qualcosa iniziò a sciogliersi nel petto di Sara, qualcosa che aveva il peso di un nodo rimasto lì a crescere da chissà quanto tempo, in attesa che le labbra di un uomo venissero a portarlo via. Gli occhi esplosero in un pianto dolce, quasi infantile, che aveva lo stesso gusto amaro delle lacrime che accompagnavano le sue notti insonni ormai da mesi. Avrebbe voluto sottrarsi allo sguardo di quel ragazzo che non faceva altro che fissarla, immobile, forse in attesa di una risposta. Per un momento Sara provò pena per lui. Capiva perfettamente cosa stesse provando. Il senso di smarrimento di quando in un impeto di coraggio misto a follia ci si lancia, e non si trovano le braccia di nessuno pronte ad accoglierci. E’ come la sensazione di cadere, la perenne sensazione di vuoto. Ci si chiede quando arriverà il momento dello schianto. E quanto male farà, dopo tutto.
- Vattene.
- Cosa?
- Vattene.
- No.
- Adesso vuoi restare?
- Mi dispiace, ok?
- Non è per lo schiaffo.
- E per cosa?
- Io ti voglio Luca. Io ti ho sempre voluto. E tu lo sai.
- ...
- Così come hai sempre saputo che ti amo.
- Allora vieni qui.
- Non puoi risolvere tutto con un “ti amo”.
- Io non voglio risolvere un bel niente.
- Forse dovresti.
- Ho voglia di te.
- Mi fai paura.
- Sara, ma cosa dici?
- Dico che di te non mi posso fidare. Né ora né mai.
- Ho mandato a puttane la mia vita, i miei progetti, per te!
- Non ho mai chiesto tanto.
- Vieni qui. Ti voglio adesso.
- Luca basta. Vattene.
Muovendo qualche breve e lento passo le si avvicinò. Sara era rimasta immobile accanto alla porta finestra che conduceva dal piccolo soggiorno al balcone. Il suo corpo era stanco, inerme, piangeva. Solo le parole sembravano avere ancora la forza di resistere, dando vita ai pensieri. Gli chiedeva di andar via, di lasciarla in pace, pregò che sparisse mentre chiudeva gli occhi. Lo sentì arrivare, poteva avvertire il suo odore e il ritmo del suo respiro. Sentiva che avrebbe voluto cedere e lasciarsi andare, illudere ogni razionale pensiero che la voleva spingere lontana da lì, dal calore che quel corpo emanava, dal dolore e dalle lacrime che non aveva fatto altro che regalarle fino ad allora e che sapeva non avrebbe mai finito di darle. Non poteva smettere di piangere, di desiderarlo ed insieme di chiedergli di andar via. Finché la forte stretta della mano grande di Luca sul proprio volto la ridestò, invadendola di paura.
- Luca...
- Io ti voglio.
- Luca...
- Stai ferma.
- Lasciami, mi fai male...
- Zitta.
Strinse la presa e le spinse la testa all’indietro, facendola sbattere con violenza contro il vetro della finestra. Sara provò a parlare ancora, ma tutto nel suo corpo sembrava congelato, come le luci bianche che illuminavano la Milano di quella notte ingrata. Tutto era freddo e immobile, dentro Sara. Solo il cuore parlava e faceva un gran rumore. Una fiamma tremante infuocò il blu dei suoi occhi, ma Luca non poteva notarla.
- Lo capisci, che ti amo?
La ragazza strinse gli occhi, chiedeva al cielo di far sparire le lacrime, asciugare il dolore e la paura. Ma non poteva controllare quel pianto che nascendo da quel blu le solcava le guance, il mento, il collo, e scendeva veloce come le mani di Luca, quelle mani bellissime che Sara aveva sognato tante notti, quelle mani grandi e calde che sconfinavano il buon senso e a cui non importava niente. Quelle mani che come lacrime forzavano i muscoli tesi e serrati delle gambe, e senza portare un fiore o un carezza la spogliavano, la spingevano, la sollevavano e la aprivano, e permettevano a Luca di entrare in lei, mescolarsi al dolore, al pianto, all’amaro, al gelo, diventare un tutt’uno con quel corpo inerme e immobile, freddo, solo, spaventato. Il pianto silenzioso e la muta preghiera sovrastati dal respiro sporco di Luca sparivano, e con loro spariva Sara, e lei ebbe paura di non esistere più mentre contro a quel vetro il suo amore la spogliava di tutto e la riempiva di niente.